PD Formia Forum
IMPEGNO DEMOCRATICO
democratici e progressisti, sui temi ambientali e socioeconomici del territorio
Nel 2008, il circolo del Partito Democratico, già sezione del PCI e dei DS, fu intitolato a Giuseppe Piancastelli e a Giuseppe Diana. Il primo era un dirigente del Partito Comunista di Imola, confinato politico a Ventotene, che ammalò di appendicite acuta e fu trasferito a Formia in seguito alle proteste di Umberto Terracini e degli altri confinati. Giunse in fin di vita e morì il 13 luglio 1940, nella casa di cura che aveva ospitato Antonio Gramsci nel 1933. Giuseppe Diana, sacerdote di Casal di Principe, fu ucciso dalla camorra ( 4 luglio 1958 – Casal di Principe, 19 marzo 1994). Uomini diversi per storia, cultura, condizione sociale, religiosa, politica, ma entrambi accomunati dall'anelito per la Libertà - Tra le varie attività, condotte da "Piancastelli - Diana", sono anche da segnalare iniziative promosse in collaborazione con l'Associazione "Comunità del Lazio Meridionale e delle Isole Pontine", la rassegna annuale di "Idee a Confronto", il sito www.pdformia.it (oggi divenuto Progetto di Formia - Forum). Sono organismi che mettono in rete esperienze, competenze ed iniziative dei comuni delle isole e del Lazio Meridionale.
29/10/2026
Formia villa comunale - Conferenza Formia e il Golfo per uno sviluppo sostenibile e il lavoro 18 Settembre 2026
Marcello Di Marco, Patrizia Menanno, Maria Teresa Amici, intrevista Graziella Di Mambro
Formia e il Golfo per uno sviluppo sostenibile e il lavoro 18 Settembre 2026 Enjoy the videos and music you love, upload original content, and share it all with friends, family, and the world on YouTube.
29/10/2026
I VERI VINCITORI
L'INGOMBRANTE PALESTINA IRROMPE ALLA KNESSET
Condivido il mio articolo uscito su il manifesto
Ospite indesiderata, la questione palestinese irrompe nella Knesset con 19 deputati. Avevano tentato di metterle fuori legge -riammesse in extremis dalla Corte Suprema- e invece le liste palestinesi risultano le vincitrici indiscusse delle elezioni israeliane, raddoppiando la loro rappresentanza. Commette un grave errore chi la considera inutilizzabile, congelata. E sbaglia anche chi continua a chiamarle “liste arabe”. E’ una trappola lessicale definire genericamente aravim, “arabi”, i due milioni di palestinesi cittadini israeliani; perché tali essi si sentono, arabi palestinesi, né più né meno dei loro parenti di Cisgiordania, di Gaza e della diaspora discendenti della nakba. Senza conteggiare i 350 mila palestinesi “residenti permanenti” a Gerusalemme dopo l’annessione, cui tuttora viene negato il diritto di voto.
La scelta dei palestinesi israeliani di recarsi in massa alle urne, anziché rassegnarsi come in passato all’astensionismo, contiene un messaggio disarmato ma potente ai loro concittadini ebrei: continueremo ad esserci, ingombranti, accanto a voi. Non basterà bendarsi gli occhi davanti ai crimini perpetrati nella convinzione che la guerra soltanto garantisca la sopravvivenza, né scaricarci addosso l’odio per i crimini di cui siete stati vittime.
L’inedita, altissima partecipazione al voto dei palestinesi è una conseguenza diretta del clima minaccioso instaurato nei loro confronti dalla destra suprematista al governo che li considera un nemico interno da sorvegliare e discriminare. I loro rappresentanti, dunque, hanno assunto come priorità evitarne la riconferma e per questo si rendono disponibili a un fronte parlamentare alternativo.
La risposta che tocca ora alla disomogenea coalizione dei partiti anti-Netanyahu va molto al di là della contingenza. È fatidica, nel senso che traccerà una via di non ritorno. La loro idea di sionismo li vincola nell’esclusivismo ebraico o ammette la possibilità di allearsi con rappresentanti dei palestinesi? Se Gadi Eisenkot confermasse quanto sostenuto in campagna elettorale -ovvero un no di principio a qualsivoglia collaborazione con le “liste arabe”, cioè palestinesi- il mito residuo della democrazia israeliana non ne uscirebbe incolume. Che senso ha riconoscere (a stento, come si è visto) il diritto di voto a una minoranza del 20% della popolazione salvo poi applicare nei confronti dei suoi eletti una discriminazione di natura etnica, non politica? Chi rifiuta l’equiparazione automatica fra sionismo e razzismo (non a caso chi in Israele e negli Stati Uniti si adopera per la formazione di un governo di unità nazionale col redivivo Netanyahu, lo chiama “blocco sionista”) si troverebbe in forte imbarazzo.
È stato per primo Yair Golan, il leader che ha restituito una presenza dignitosa seppure marginale alla sinistra israeliana nella Knesset, a denunciarlo: attribuire un valore diverso a voti ebraici e voti arabi sarebbe, parole sue, una “distinzione razzista”. Dettaglio non irrilevante: i Democratici, con Golan, hanno ottenuto più voti dei partiti di estrema destra di Ben Gvir e Smotrich.
La situazione di partenza, per quanto ancora possano registrarsi variazioni minime nell’assegnazione dei seggi, consegna un risultato netto: il blocco interetnico anti-Netanyahu sopravanza di 14 seggi il blocco Netanyahu: 67 a 53. E’ una falsa impressione che Bibi sia uscito rafforzato dalle elezioni. Rinunciare alla concreta possibilità di relegarlo all’opposizione gli consegnerebbe il via libera per proseguire una guerra feroce che ha per giunta un obiettivo impossibile: cancellare l’identità nazionale palestinese disciogliendola in un indistinto arabo sottomesso. Di questa guerra i palestinesi cittadini d’Israele fino a ieri sono stati comparse di sfondo. Con la loro irruzione nonviolenta sulla scena, ne potrebbero diventare attori protagonisti.
28/10/2026
L’attacco di Giorgia Meloni alla magistratura per la liberazione di Youssef Siher è di una gravità inaudita. Definire «vergognosa» una decisione giudiziaria motivata significa voler delegittimare chi deve valutare gli elementi dell’accusa, quando le sue conclusioni contraddicono la narrazione del governo.
Siher è un giovane ricercatore italiano di origini marocchine. La giudice ha respinto la richiesta della Procura, non ravvisando i gravi indizi necessari per tenerlo in carcere. L’indagine prosegue, ma questo non autorizza nessuno a trattarlo come un colpevole già condannato.
C’è inoltre un fatto che dovrebbe imporre maggiore prudenza: il canale Telegram del “Movimento 17 ottobre” è stato aperto la sera del 18 ottobre, dopo gli scontri e i saccheggi di Milano. Siher non può dunque aver organizzato attraverso quel canale fatti già avvenuti. Le contestazioni riguardavano anche la possibile istigazione a violenze successive: proprio gli elementi che la giudice ha valutato insufficienti a giustificare la detenzione.
La verità è che questa destra voleva offrire all’opinione pubblica un capro espiatorio, utile per la sua narrazione contro i migranti.
Quando questa rappresentazione ha incontrato il controllo di un giudice, la presidente del Consiglio reagisce attaccando la magistratura.
Il carcere non può diventare uno strumento per rassicurare il governo o soddisfare la propaganda.
Qui sta il pericolo per la nostra democrazia: pretendere che la giustizia confermi le indicazioni del potere politico.
È una pretesa che considero eversiva dei principi dello Stato di diritto.
L’indipendenza della magistratura e la libertà di manifestare tutelano tutti, soprattutto quando il dissenso dà fastidio a chi governa.
28/10/2026
Incontri & Confronti Marcello Di Marco L'Ing. Di Marco presenta i dati ISTAT sui movimenti demografici di ...
26/10/2026
Incontri & Confronti Marcello Di Marco L'Ing. Di Marco presenta i dati ISTAT sui movimenti demografici di ...
26/10/2026
A due giorni dall’entrata in vigore della legge elettorale sono partiti i primi ricorsi, depositati simultaneamente nei 25 tribunali italiani dove è presente una Corte d’Appello. “Siamo una Rete che riunisce circa una trentina di associazioni. Avevamo detto che avremmo presentato i ricorsi, oggi abbiamo mantenuto la promessa. È una legge grave e pericolosa. Sono importanti i nomi dei ricorrenti, saranno oltre 300, e Romano Prodi è il ricorrente più illustre”, ha detto Roberto Zaccaria, coordinatore del comitato “Rete per un voto libero e uguale” in una conferenza stampa nella sala Nassiriya al Senato sulla presentazione dei ricorsi contro la legge elettorale.
Oltre all’ex presidente del Consiglio, tra i ricorrenti ci sono l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, l’ex ministra Rosy Bindi, il filosofo Massimo Cacciari, lo storico Luciano Canfora, il costituzionalista Enrico Grosso, il giornalista Gad Lerner, lo scrittore Gianrico Carofiglio e lo storico dell’arte Tomaso Montanari.
Sono sei i profili di incostituzionalità ipotizzati: il premio di maggioranza e le modalità di assegnazione; il collegamento tra Camera e Senato; il diritto di selezione degli eletti; l’equilibrio di genere e i capilista bloccati senza questa previsione; l’indicazione del candidato premier e, infine, la questione delle firme da raccogliere per presentarsi alle elezioni. Un’impostazione che Roberto Zaccaria, ordinario di Diritto pubblico a Firenze, in una conferenza di pochi giorni fa ha definito “gravemente incostituzionale”. “Ritengo che l’incostituzionalità deriva dal combinato disposto di una serie di elementi che, sostanzialmente, a nostro giudizio, ci restituiscono una legge elettorale che toglie all’elettore la sua capacita’ di scelta e, in definitiva, l’esercizio della sua sovranità politica, dal momento che una legge elettorale lo deve chiamare a eleggere i propri rappresentanti e non a scegliere il governo”, ha ribadito oggi.
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